Tu chiamale se vuoi… Emozioni in scatola.

Dopo qualche anno di lavoro nel mondo della comunicazione, mi chiesi: “Ma alla fine cosa vendiamo noi pubblicitari?” La risposta fu: “Emozioni… mmm, no… Emozioni in scatola!”.

Dopo qualche anno di lavoro nel mondo della comunicazione, mi chiesi: “Ma alla fine cosa vendiamo noi pubblicitari?” La risposta fu: “Emozioni… mmm, no… Emozioni in scatola!”.

Non una gran scoperta, di per sé, ma in questa importante banalità trovavo l’ispirazione per il testo di una provocatoria canzone destinata al repertorio della mia band: “We sell the shit for your mind” (trad: Vendiamo merda per la vostra mente): un continuo mix di linguaggio pubblicitario da slogan e termini legati a sentimenti ed emozioni come, ad esempio “l’odio dietetico” , “I sorrisi in scatola” o “la crema di bellezza per dimenticare la sofferenza” e via così.

Si, perché a mio parere il “peccato originale” di molti tecnici della comunicazione è proprio l’aver tentato con tutti i mezzi di veicolare al pubblico delle “finte verità”, convincendolo ogni giorno di aver assolutamente bisogno di cose razionalmente inutili, o facendogli reputare importanti aspetti dell’esistenza che nella “vita reale” non non si rivelano tali.

Mi spiego meglio, con un esempio: in una celebre campagna per una marca di gomme da masticare lo slogan recitava: “I nostri chewing gum proteggono i denti il 90% in più delle normali gomme da masticare“. In una serata tra amici osservammo come “le normali gomme da masticare” non proteggessero affatto i denti: le normali gomme, quindi, volendo quantificare con dei numeri, proteggevano i denti “0”. Quelle della pubblicità, invece, avanzate e innovative, promettevano di difendere la dentatura “il 90% in più delle normali gomme…“, ovvero il 90% di 0 che rimaneva e rimane, sempre e comunque, … ZERO!

Questo è uno dei mille esempi in cui di per sé l’informazione passata appare “formalmente corretta” quindi incontestabile, ma il messaggio si rivela del tutto fuorviante e scorretto.

Si tratta, con un ossimoro, di una falsa verità, perfetta forse per vendere di più oggi, ma…. domani quando “cascherà il palco”?.

Ciascun prodotto o servizio richiede di essere comunicato e presentato nelle sue massime potenzialità effettive, non promosso per ciò che non è. Un discorso prettamente “etico”? Può essere, ma io trovo si tratti dell’unico modo a disposizione oggi del mondo della pubblicità per acquisire nuova fiducia da parte di un pubblico (fortunatamente) sempre più smaliziato, critico e probabilmente un po’ nauseato dalla mala-comunicazione.

C’è questa breve riflessione, alla base del mio modo di lavorare. Mi concentro alla ricerca dell’enfasi sulle qualità buone di un prodotto o di un servizio, senza ricorrere a trucchi ed escamotage che, una volta svelati, diminuiscono la fiducia del consumatore.

Ed è anche l’atteggiamento che sono riuscito a trasmettere al mio gruppo di lavoro in azienda. Dobbiamo confrontarci con la realtà. Giochiamo con le emozioni e i sentimenti, sono cose importanti, ma senza tradire chi ci ascolta, o ci legge, o ci clicca. Non possiamo più permettercelo.

Tutti noi dobbiamo imparare a difenderci dall’assalto dei messaggi pubblicitari, considerando sempre con la massima attenzione la forma e scavandola per cercarne il reale significato (ammesso che esista), non fermarci all’emozione prodotta dal primo impatto.

Chiudo con una considerazione su quanto appena scritto: che obiettivo desidero raggiungere, in quanto operatore della comunicazione, parlandovi di tutto questo?

Voglio darvi degli spunti utili o solo attirare la vostra attenzione sul mio lavoro? Ricordate anche questo: che non c’è peggior nemico di colui che si spaccia per un amico… in scatola. 😉

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